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MOTO GUZZI V7 Cafè Classic- 18 maggio - Fonte:
Lastampa.it
La nuova V7 Cafè Classic celebra un mito del passato della Moto Guzzi,
quella V7 Sport che nel lontano 1969 seppe stupire gli appassionati con
prestazioni ai vertici e un’affidabilità a prova di concorrenza teutonica.
Tanto da vincere a mani basse le gare di fornitura delle polizie di mezzo
mondo, America compresa.
Una delle versioni della V7 Sport oggi più ricercate dai collezionisti aveva
il telaio rosso e il serbatoio verniciato nella brillante colorazione verde
Legnano. Ne furono realizzati solo 150 esemplari e a questi si rifà
sfacciatamente la V7 Cafè Classic, che dall’illustre antenata eredita il
verde brillante del serbatoio, i semi manubri, la doppia strumentazione
circolare e tante cromature sparse qua e là.
Manca – ed è un peccato – il netto contrasto col telaio rosso (la V7 Cafè
Classic del 2009 ce l’ha nero). Ma forse è giusto che sia così: la V7 di
allora era una signora sportiva, capace di superare i 200 km/h (un primato
per quegli anni) e di far impallidire le rivali inglesi e giapponesi; la V7
odierna è un’altra cosa, un instant classic innanzitutto bello da guardare.
Mezzi manubri e sella monoposto
I mezzi manubri sono regolabili in altezza e donano al pilota della V7 Cafè
Classic una postura d’annata, moderatamente caricata sull’avantreno. La
verde Guzzi è omologata per due, ma il lungo sellone spiovente rischia di
scodellare la passeggera sull’asfalto alla prima partenza. Avete la scusa,
bella e pronta, per chiederle di tenersi stretta stretta a voi!
Sotto il naso del pilota due occhioni cromati incorniciano i quadranti
circolari che richiamano le strumentazioni Veglia-Borletti degli anni ’70,
accompagnati però dall’immancabile display con funzione di contachilometri,
orologio e temperatura esterna.
Tanti particolari della moto sono arricchiti dalle cromature, presenti sui
cerchi a raggi, sullo scarico due in due, sugli specchietti retrovisori, sui
due ammortizzatori e sui fanali anteriore e posteriore.
Detto del telaio, troviamo il nero dark anche sul motore e sui parafanghi.
Small block. Quello che non c’è, non si rompe
La V7 Cafè Classic è equipaggiata col motore piccolo di casa Guzzi, già
presente sulla Nevada e sulla Breva 750. Il bicilindrico trasversale a V di
90°, raffreddato ad aria e con distribuzione a 2 valvole ad aste e
bilancieri, vanta ottime doti di affidabilità e una coppia ben presente
anche ai regimi più bassi. All’alimentazione provvede l’iniezione
elettronica Weber Marelli con corpi farfallati da 36 mm. La nuda di Mandello
esibisce numeri concreti, che fanno sorridere se paragonati alle cavallerie
impazzite della concorrenza giapponese. Qui i CV sono solo 48,8 a 6.800
giri/min, ma è bello scoprire che la coppia massima, di 54,7 Nm, è raggiunta
a soli 3.600 giri. Questo cosa significa? Che per muoversi nel traffico o
tra le curve non c’è bisogno di violentare la manopola destra; basta un filo
di gas per procedere spediti.
Niente grasso imbratta mani per la catena di trasmissione, giacché V7 Cafè
Classic non rinnega le origini e adotta la cara, vecchia trasmissione a
cardano. Il cambio ha 5 rapporti, mentre la frizione monodisco è a secco.
Fisico d’acciaio e nervi saldi
Le Guzzi hanno conquistato sul campo la fama di moto dalla ciclistica solida
e ben piantata sull’asfalto. La V7 Cafè Classic tiene alto il buon nome di
famiglia e ostenta uno scheletro essenziale, ma estremamente robusto. Il
telaio, tubolare a doppia culla, è realizzato in acciaio ad alta resistenza
e vanta quote geometriche che privilegiano innanzitutto la stabilità, anche
a velocità di un certo rilievo. La forcella Marzocchi ha steli da 40 mm e
un’escursione utile di 130 mm; al retrotreno troviamo la classica coppia di
ammortizzatori, infulcrati sul forcellone bi-braccio in alluminio, capaci di
118 mm di escursione.
L’impianto frenante Brembo ci regala un contrasto di forte impatto tra
l’estetica che fu e la tecnologia di oggi. Il disco anteriore, da ben 320 mm
di diametro, è pizzicato dalla pinza a 4 pistoncini contrapposti; quello
posteriore misura 260 mm.
Un cenno infine ai pneumatici. La V7 Cafè Classic adotta i Metzeler Lasertec
nelle misure 100/90-18 e 130/80-17, rispettivamente davanti e dietro.
La prova. Un amore di coppia
Basta una parola per descrivere il comportamento dinamico della V7 Cafè
Classic: amichevole.
La sella, a soli 805 mm da terra, il peso contenuto (182 kg più 17 litri di
benzina) e le dimensioni ridotte rendono l’approccio facile e immediato.
L’aquila di Mandello sguscia come un’anguilla nel caotico traffico della
città eterna e si rivela abbastanza confortevole, a dispetto dell’immagine
marcatamente sportiva. La forcella incassa gli schiaffi dei sampietrini,
mentre le nostre natiche ringraziano l’abbondante spugna del classico
sellone anni ’70, una vera pacchia sul martoriato asfalto romano. I 50
cavalli del bicilindrico italiano non possono fare i miracoli, i giri del
motore crescono infatti con un certa pigrizia; sicuramente qualche asinello
in più farebbe comodo, soprattutto nella marcia con il passeggero.
A rendere la guida in souplesse estremamente piacevole pensa la coppia
motrice, erogata con dolcezza e regolarità sin da regimi prossimi al minimo.
Anche con i rapporti lunghi inseriti, il twin di Mandello risponde con
amorevole impegno, senza un sussulto o uno strappo che rovini il piacere di
guida. Il cambio, pur lento e dall’ampia escursione della leva, si rivela
preciso ed ottimamente intonato all’indole del motore. La frizione ha un
comando leggero, che non stanca in mezzo al traffico, ma lamenta uno stacco
impreciso.
La ciclistica della V7 Cafè Classic non presta il fianco alle critiche e
mette in mostra un comportamento sempre sicuro e affidabile. La
maneggevolezza va di pari passo con un’ottima stabilità, apprezzabile anche
alla massima velocità (insistendo con il gas, abbiamo sfiorato i 180 km/h).
L’impianto frenante Brembo ha tutta la potenza che serve per arrestare la
moto, unita a una buona modulabilità.
Disponibile solo nella spettacolare livrea Legnano, la V7 Cafè Classic ha un
prezzo di 7.860 euro. Meno quindi della sua unica rivale diretta, la Triumph
Thruxton 900, che di euro ne costa 9.200.